L'università dei ciccioni

Pubblicato il 24 aprile 2026 alle ore 12:29

Sono le sette del mattino. Villa Garda mi accoglie dopo una salita che mi toglie subito il fiato. All’ingresso non c’è nessuno. Attendo seduto per qualche minuto, ma non accade nulla.

Decido di prendere l’ascensore e salire al secondo piano, quello destinato ai ricoveri per la riabilitazione nutrizionale. Quando le porte si aprono, mi investe un brusio continuo di persone indaffarate. Carrelli che sferragliano su e giù per il corridoio, figure che vanno e vengono senza sosta.

Mi dicono di attendere in un salottino. È già occupato da diversi individui. Alcuni sono spensierati e chiacchierano tra loro: si conoscono, e questa non è la loro prima volta. Altri sono taciturni, riflessivi, non del tutto a loro agio, con addosso una sottile inquietudine.

Uno per uno veniamo bucati, misurati, pesati e dotati di un braccialetto identificativo. Marchiati, quasi fossimo una mandria. Tutto procede dentro un caos ordinato. Non sappiamo cosa ci attenda, non comprendiamo ancora il livello di organizzazione della struttura. Alcuni si domandano se valga davvero la pena andare avanti o se non sia meglio tornarsene a casa.

Fresia prenderà quella decisione dopo i primi giorni. A suo dire, quale utilità potevano avere tutte quelle domande allusive presenti nei test somministrati durante le prime ore? Come pensavano di rovistare nella nostra testa con strumenti tanto generici? E a cosa servivano tutte quelle parole sull’obesità? Bastava non mangiare. O mangiare pochissimo. O sottoporsi a un intervento chirurgico di poco conto. Zacchete: ti tagliano un pezzo di stomaco e il gioco è fatto.

Tutti noi abbiamo una formazione sul cibo piuttosto avanzata. Merito delle tante diete fallite in passato. Dei molti tentativi mancati. Eppure, dopo qualche giorno, iniziamo a comprendere alcuni dettagli capaci di incrinare convinzioni profondamente radicate.

L’obesità è una malattia. La forza di volontà è importante, ma da sola non basta a guarire da una malattia. L’obesità è una condizione cronica. Non si “guarisce” dall’obesità, così come un diabetico necessita dell’insulina per tutta la vita. Allo stesso modo, chi vive questa condizione necessita di un controllo costante della propria alimentazione, per non riprendere peso o per perdere quello in eccesso.

Non si può dimagrire per sempre.

Il deficit calorico è lo strumento principale per perdere peso. Conta anche prendersi cura del proprio corpo attraverso l’attività fisica e l’esercizio, ma queste abitudini incidono soprattutto sulla salute generale e sulla tonicità, più che sulla perdita di peso in sé. Il deficit calorico, però, non può durare indefinitamente. Dopo mesi di restrizione, il nostro organismo rallenta, si adatta, aumenta il senso di fame e smette di dimagrire.

In quel momento potrebbe sembrare ragionevole ridurre ancora di più l’apporto calorico. Nulla di più sbagliato.

Quello che occorre fare è rassicurare il corpo, riportandolo gradualmente a un apporto calorico di mantenimento. Bisogna interrompere la dieta ed entrare in una fase di stabilizzazione: un periodo lungo, necessario per uscire dalla condizione di allerta e permettere al metabolismo di riequilibrarsi.

Questi pochi dettagli bastano a cambiare drasticamente il mio modo di rapportarmi a qualsiasi dieta.

Il fallimento, visto da questa prospettiva, non è più soltanto legato all’incapacità di mantenere salda la propria volontà, ma anche all’ignoranza dei comportamenti fisiologici del nostro organismo. Se non siamo in grado di comprendere la fase in cui si smette di dimagrire, è inevitabile attribuirla alle nostre debolezze. Non la riconosciamo come una risposta naturale del corpo, ma come un fallimento esclusivamente nostro, con tutte le conseguenze che questo comporta sulla nostra autostima.

Un altro fattore determinante nell’affrontare i cambiamenti indotti dal ricovero a Villa Garda è il confronto con il gruppo.

Tu non sei solo con te stesso.

Nel giro di pochi giorni si crea un senso di appartenenza fortissimo, perché tutti condividiamo un aspetto tanto delicato e impattante dell’esistenza. Condividiamo il disagio, la paura del fallimento, ma anche la positività che nasce dai primi risultati. Ci sosteniamo a vicenda. Facciamo fronte comune quando uno di noi appare scoraggiato o smarrito, perché tutti noi sappiamo.

Non abbiamo bisogno di troppe parole, di confessioni, di argomentazioni — che pure non mancheranno durante quei lunghi ventuno giorni di ricovero. Siamo in grado di comprendere il disagio dell’altro perché è stato anche il nostro, perché abbiamo vissuto — o continuiamo a vivere — lo stesso malessere.

Devo però ammettere di essere stato particolarmente fortunato nel mio percorso, perché ho incontrato persone straordinarie, alle quali mi sono sentito legato come a veri amici.

Vivere per tre settimane a contatto con ciascuno di loro, per dodici ore al giorno, non può che innescare un processo di innamoramento.

Io li ho amati profondamente, e ho lasciato che mi leggessero per come sono davvero. Senza schermature. Senza maschere.

Questo non capita sempre a Villa Garda. Me ne sono accorto osservando i gruppi arrivati nelle settimane successive. La nostra è stata una grande fortuna, qualcosa che non sempre si ripete. Siamo riusciti a creare le basi per rendere più efficace il nostro percorso.

Perché la nostra vita è scossa dall’amore.

E l’amore, quando è autentico, ha la forza di rimettere in moto anche ciò che sembrava immobile.

Buona scorpacciata d’amore a tutti voi.

 

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