Siamo un vero paradosso.
ll vicesegretario di uno dei principali partiti di governo, in disaccordo con alcune scelte del segretario o di altri esponenti di peso, decide dall’oggi al domani di fondare un proprio partito. Un gesto che, in una democrazia adulta, apparirebbe come una sconfitta politica prima ancora che come una scelta di libertà. Dove dovrebbero esserci mediazione, compromesso e lavoro paziente dall’interno, prevalgono invece l’ego e l’incapacità di convivere con il dissenso.
È del tutto naturale che valori e principi personali non coincidano perfettamente con quelli di un partito. Pretendere il contrario significherebbe immaginare un Paese con cinquantanove milioni di sigle politiche. La politica vera, però, è un’altra cosa: è la capacità di incidere, anche criticando, dall’interno. Le voci dissonanti dovrebbero essere una risorsa, non il pretesto per una scissione.
E invece no. Da noi funziona all’opposto. Basta ricordare qualche nome: “Cambiamo!” di Toti, “Nuovo Centrodestra” di Alfano, “Scelta Civica” di Monti, “Italia Viva” di Renzi, “Azione” di Calenda, “Noi Moderati” di Lupi. Un cimitero di sigle nate più per ambizione personale che per reale necessità politica.
Sono partiti-azienda, costruiti attorno al leader e destinati a svanire con lui. Senza il fondatore non resterebbe nulla: nessuna visione autonoma, nessun radicamento, nessuna classe dirigente. Solo contenitori vuoti, gonfiati dall’ego e sgonfiati dal consenso. Il futuro del Paese diventa un dettaglio marginale rispetto al bisogno di visibilità di chi li guida. Del resto, Berlusconi aveva già aperto la strada, riuscendo a identificare un intero schieramento con la propria persona.
Ed eccoci infine a “Futuro Nazionale” di Vannacci: l’ennesima operazione personalistica dell’ultimo volto mediaticamente spendibile. Sul tavolo, i soliti slogan della destra: immigrazione come emergenza permanente, nazionalismo urlato, difesa rituale della famiglia “tradizionale”. Temi già ampiamente rappresentati nel centrodestra di governo. Nulla di nuovo, se non l’ennesimo leader che pretende un partito su misura.
Più che pluralismo, questa non è democrazia vitale: è frammentazione narcisistica.
A distanza di qualche secolo, Guicciardini continua a spiegarci l’Italia meglio di molti commentatori contemporanei.
Aggiungi commento
Commenti